Bea/ Aprile 20, 2018/ 2 comments

Leggevo in questi giorni la surreale vicenda del “cacca gate”, che ha visto coinvolti l’ex ministro Pd Cecile Kyenge, oggi europarlamentare, suo marito e il loro cane Zibi.

Qualcuno ha sporcato la porta di casa di famiglia con dello sterco e subito la signora ha denunciato alla stampa l’attacco razzista.

A fronte del clamore mediatico, si è fatto avanti il vicino, autore del gesto, dettato, pare, da una sorta di “esasperazione da deiezione canina”. In pratica, sembra che il marito dell’ex ministro non sempre raccolga la cacca del loro pastore maremmano quando lo porta fuori a fare – appunto – i bisogni. L’uomo ha raccontato di averlo fatto presente più volte e che alla fine, stufo, avrebbe fatto un’azione “dimostrativa”, prendendo le feci del cane e gettandole nel loro giardino. L’ex ministra, imperterrita,continua a bollarlo come gesto di puro odio contro di lei e la sua famiglia, mentre il marito, ai microfoni di radio24, ha escluso categoricamente la pista xenofoba (“mia moglie avrebbe dovuto contare fino a cinque prima di parlare”) e ha ammesso che forse, un paio di volte, gli è scappata qualche cacca di Zibi, ma di base però il loro cane stitico si sarebbe preso la colpa anche delle feci altrui.

Un caso che fa sorridere ma c’è poco da ridere. Certo, sarebbe stato grave se il lancio della cacca fosse stato dettato da odio razziale, gravissimo. Io però non reputo banale o meno avvilente il problema della cacca selvaggia e dei relativi comportamenti impropri (di chi non raccoglie o di chi la restituisce al mittente).

Proprio l’altro giorno riflettevo che mio figlio, a meno di tre anni, ha già imparato a mettere in guardia la sorella mentre camminiamo insieme (“Laula, attenta alla cacca!!!”), perché fin troppo sterco dobbiamo schivare a passeggio in città o al parco o sulla spiaggia. Addirittura è nato un gioco di società per bambini in cui, bendati, si cammina su una sorta di grande cartellone a piedi nudi e perde chi pesta una delle finte cacche di pongo di cui è disseminato il percorso. Così, tanto per ribadire che non c’è niente di male a convivere con i numerosi fagotti marroncini (quando va bene e l’animale non ha problemi intestinali…) che popolano ambienti urbani e non.

Eppure il male c’è. Non a caso, per motivi di igiene pubblica e di decoro urbano ai proprietari è richiesto di ripulire il suolo dopo il bisognino.

Ma sono davvero tanti quelli che non lo fanno e restano impuniti, con l’esasperazione di tutti. La scena del lancio della cacca, per esempio, l’ho vissuta in prima persona, due anni fa, al mare. Mentre eravamo in spiaggia è arrivato un cagnolone dolcissimo che, deciso il punto di maggiore ispirazione, ha defecato sulla battigia, in mezzo a secchielli e palette dei bimbi. A quel punto una mamma è partita all’attacco, ha seguito il cane, e ha visto dove abitava, poi è andata a prelevare l’escremento e lo ha restituito ai “legittimi” proprietari…anzi, per la precisione, ai proprietari del legittimo proprietario.

Devo dire che una voce dentro di me ha urlato “brava”! Perché me la immagino spesso la scena della restituzione ai padroni maleducati: “tenga, il ricordino è suo”.

Nel caso della spiaggia mi andai a prendere l’ordinanza comunale sulla balneazione, apprendendo che, in realtà, su quella spiaggia era severamente vietato l’accesso ai cani, a qualsiasi ora (un modo estremo per risolvere il problema a monte). Altre ordinanze di altri Comuni prevedono accessi in determinati orari a patto che si raccolgano eventuali escrementi. Altri provvedimenti ancora destinano tratti di spiaggia alla balneazione animale, a precise condizioni di igiene (magari fosse ovunque così).

Le regole sulla popo di cane in città. Se l’educazione e il rispetto degli altri fossero leggi interiori, non servirebbe scrivere norme sulla cacca, ma visto che l’egoismo e la noncuranza sono il male dei nostri giorni, ovviamente, esistono prescrizioni post evacuatorie.

Il provvedimento più famoso, a livello nazionale, è l’ordinanza ministeriale Martini (“Ordinanza contingibile ed urgente concernente la tutela dell’incolumità pubblica dall’aggressione dei cani” pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 6 settembre 2013)la quale stabilisce espressamente che: è fatto obbligo a chiunque conduca il cane in  ambito urbanoraccoglierne le feci e avere con sé strumenti idonei  alla  raccoltadelle stesse”. Valido solo dodici mesi, il provvedimento – emanato come si evince per fronteggiare l’emergenza delle aggressione di cani – è stato più volte prorogato ed è tuttora vigente (l’ultima proroga dovrebbe scadere a settembre).

Le singole amministrazioni riprendendo le stesse prescrizioni, stabiliscono poi la multa da comminare ai trasgressori che, a seconda della scelta dell’Ente, può andare dai 25 ai 500 euro. Però, l’impossibilità pratica di punire gli scorretti, a causa delle diffuse carenze di organico dei vigili, fa perdere ogni potere deterrente alle multe, con il risultato di cacche selvagge e conseguenti continue lamentele della cittadinanza.

In alcuni condomini americani, pensate, esiste la banca dati del Dna dei cani presenti nel palazzo, onde poter risalire facilmente al proprietario sporcone. E l’idea era piaciuta a un Comune italiano che voleva fare la stessa cosa con i cani dei propri abitanti. Il progetto si è arenato per l’ingente spesa pubblica da sostenere e la tempistica di realizzo.

Altrove, leggevo, il sindaco vorrebbe obbligare a portare a casa le deiezioni del proprio cane e a non gettarle nei cassonetti o a raccogliere anche i bisogni che il fidato amico fa nel proprio giardino entro le 24 ore.

Ancora, in un Comune pare sia obbligatorio raccogliere non solo la cacca del proprio cane, ma anche la pipì.

Persino la Corte di cassazione ha avuto modo di esprimersi sui bisognini animali. Con la sentenza penale n. 7082 del 2015 ha chiarito che il proprietario di cani deve ridurre il più possibile il rischio che questi possano lordare i beni di proprietà di terzi, quali i muri di affaccio degli stabili o i mezzi di locomozione ivi parcheggiati. I giudici in quel caso hanno assolto un proprietario accusato di aver imbrattato il muro di un edificio di pregio, nel centro storico di Firenze. L’uomo, per fortuna, aveva con sé una bottiglietta d’acqua e aveva subito pulito il muro dall’urina del cane.

Un comportamento virtuoso che i giudici hanno applaudito. Più in generale, posto che i cani non possono farla in casa, che l’impellenza di cacca e pipì non può essere arginata, che non sempre è possibile direzionare l’attività fisiologica, i magistrati chiedono ai proprietari di attivarsi  in modo da non sporcare anche le cose altrui; e questo non tanto per i possibili aspetti sanzionatori (in chiave penale o amministrativa) ma per il “rispetto dei principi di civiltà e di educazione che debbono più in generale caratterizzare le condotte di chiunque è chiamato ad interagire con terzi ed a convivere con essi in società”.

Utopia e realtà. Riepilogando, in un mondo ideale i Comuni dovrebbero riservare aree apposite per il passeggio e i bisogni degli animali. I proprietari, invece, dovrebbero uscire con il sacchetto per la raccolta della cacca e una bottiglietta d’acqua (magari mista a disinfettante) per il lavaggio immediato delle pipì, quantomeno nei posti dove facilmente finirà una mano umana (serrande dei box, saracinesche dei negozi, ruote di biciclette e motorini ecc) o che potrebbero essere danneggiati a lungo andare dall’urina.

Questo metterebbero i proprietari al riparo da:

  • multe dei Comuni;
  • nuove e sempre più fantasiose prescrizione che, al solito, finirebbero solo per complicare la vita dei già virtuosi, costretti a pagare per le condotte dei non virtuosi
  • eventuali denunce penali;
  • sgradevoli gesti di ritorsione di cittadini esasperati

 

Io però ho la spiacevole sensazione che a “salta la cacca” sul marciapiede continueremo a giocarci ancora a lungo.

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2 Comments

  1. Purtroppo, abbiamo la stessa sensazione… 😭

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