Bea/ Agosto 3, 2018/ 1 comments

Da qualche giorno sono in montagna con i bimbi. L’altra mattina siamo capitati in un delizioso parco pubblico, che ha una serie di percorsi d’acqua da osservare o utili per far scivolare barchette e palline. Una pacchia per i piccoli.
Seminati qua e lá c’erano dei cartelli che segnalavano il rigoroso divieto di fare il bagno nelle piccole vasche, dal momento che l’acqua utilizzata era di riciclo e non potabile. Un po’ sporchina, diciamolo pure, come plausibilmente accade se circola sempre la stessa.
Bene. Il parco era deserto ad eccezione di un gruppetto di vacanzieri. Tre amiche mamme e i loro figlioletti di diverse età, la più grande dei quali avrà avuto al massimo 4/5 anni.
La scena era molto bucolica. I bimbi, tutti nudi, entravano e uscivano dalle vasche d’acqua, si facevano il bagnetto, con l’approvazione delle mamme, intente a chiacchierare. I costumini erano stesi ad asciugare lungo la staccionata del parco.
La sensazione è stata che fossero a casa loro e che io e la mia famiglia fossimo intrusi. Ne è scaturita una riflessione, inevitabile, sull’uso della cosa comune, sulla condivisione ma – soprattutto – sul rispetto delle regole.
In generale, i divieti (o al contrario gli obblighi di legge) esistono per un motivo preciso e andrebbero rispettati per il solo fatto di esserci. Invece, sempre più spesso noto un atteggiamento da “tanto non mi vedono” che fa a pugni con il senso e l’utilità delle regole di cui una società civile è tenuta/costretta a dotarsi.
Nel caso del parco pubblico il divieto era dettato da ragioni di salute pubblica. Il bagno era vietato perché quell’acqua – se accidentalmente ingerita – potrebbe far male. Da madre, ma soprattutto da adulto ragionevole (e ragionante) ho letto bene il cartello, ho capito il senso e non mi sono nemmeno posta il problema di una eventuale multa in caso di infrazione.
Mi è bastato capire che quel divieto era messo a tutela dei miei figli, per impedire loro di prendersi qualche malattia (anche solo un mal di stomaco) nelle vasche di gioco.
Ora, mi chiedo, cosa hanno invece pensato le altre mamme? In base a cosa hanno deciso di poter bellamente ignorare il divieto? Per il fatto che non ci fosse nessun vigile o guardiano nei paraggi?
Cioè, davvero siamo corretti e accorti solo davanti al rischio di rimetterci del denaro? Davvero viviamo in una specie di grande
“Un, due, tre, stella”, tutti fermi e bravi solo quando c’è qualcuno di autoritario che ci guarda?
Forse dovremmo ridare importanza ai piccoli gesti, e mettercelo dentro, lí vicino a dove la dotazione di serie di noi esseri umani prevederebbe la coscienza, un bel guardiano con gli occhi sgranati che ci dica come comportarci anche se nessuno ci becca, anche se nessuno ci vede. Perché se un giorno siamo quelli che fanno il bagno in un luogo dove è vietato, percorriamo una strada in controsenso di notte, lanciamo uova contro le persone per sfregio o spariamo colpi di pistola ad aria compressa contro un gruppo di rom, un altro giorno potremmo essere quelli a letto con il forte mal si stomaco, in ospedale investiti dall’auto in contromano, in lacrime per la lesione della cornea o a rischio paralisi per il proiettile conficcato nella schiena.

Share this Post

1 Comment

  1. Cara Beatrice…mi sono ritrovata a dire ..per altri motivi…che si stavano comportando non correttamente. .nel mio caso ..un senso unico non rispettato …e mi sono presa pure un vaffa…non posso scusare nessuno..se non parli sei complice di queste infrazioni…e fino a prova contraria..finché non diventerò muta….un abbraccio! !!

Rispondi