Bea/ Luglio 13, 2018/ 1 comments

Non mi occupo mai di politica. Lo scambio argomentativo su questo tema finisce quasi sempre a rissa, almeno per la mia esperienza social. Quello che vedo e leggo in tal senso, infatti, non coincide con la mia idea di confronto.
Però la questione dell’insofferenza verso gli immigrati è un tema sociale, non solo politico, di cui dobbiamo farci tutti carico, onde evitare di diventare un Paese che non riconosciamo.
Mi spiego.
Le persone che ci vivono accanto. Da sempre l’integrazione tra popoli è stata accompagnata da sentimenti di sospetto, chiusura e diffidenza. Chi è a casa sua non gradisce – storicamente – l’arrivo di “estranei”. Quando però la vita dimostra che dietro il presunto invasore c’è una persona che contribuisce allo sviluppo dello spicchio di mondo che si condivide, il processo multiculturale produce frutti e progresso sociale.
A me spaventa il regresso nel quale siamo invece caduti a furia di slogan e superficialità!
Partiamo dal presupposto che non tutti gli immigrati sono buoni e non tutti gli immigrati sono cattivi; come d’altronde gli italiani. Proprio non posso dire che siamo tutti tutti brava gente. Generalizzare è un errore oggettivo in partenza.
Posta la mia intolleranza verso chi delinque, semina violenza o ha un atteggiamento parassitario nei confronti della società, ho invece un moto di tenerezza e accoglienza verso quelle persone che hanno scelto l’Italia per garantire un futuro migliore ai loro figli, che fanno le cose in regola, che si spendono ogni giorno con onestà, che fanno girare la nostra economia, che a fine giornata arrivano davanti alle scuole a prendere i compagni dei nostri figli.
Leggevo proprio ieri la storia della professoressa di un istituto superiore che ha scoperto di avere una classe di “criptorazzisti”; ragazzi che a furia di assimilare gli slogan e i fotomontaggi di intolleranza dei grandi, sono diventati loro stessi intolleranti senza nemmeno rendersene conto. La prof è corsa ai ripari dando alla classe un tot di fake news sull’immigrazione e invitandola a trovare risconti di attendibilità per quelle informazioni. I ragazzi hanno scoperto che la verità è diversa da quella che si disegna quotidianamente sui social e hanno cambiato atteggiamento verso i compagni stranieri.
I messaggi istituzionali. Un aiuto educativo in questa direzione arriva, come sempre, dall’applicazione della legge. La Corte di cassazione penale, con la sentenza n. 32028 depositata in questi giorni, ha riconosciuto l’aggravante dell’odio razziale nei confronti di un uomo che, assieme ad altri due, ha fatto incursione in un circolo frequentato da extracomunitari e ha picchiato due stranieri. Durante la missione punitiva l’uomo ha gridato “che venite a fare qua? Dovete andare via!”. Circostanza che, unita alle altre valutate dai giudici, ha configurato l’aggravante della finalità di discriminazione razziale.
Il ministro dell’Interno ha condiviso la notizia della sentenza sui social con il seguente commento: “Andate via! Andate via! Andate via!”.
Ho sperato fino all’ultimo che fosse un tarocco! Che qualcuno avesse falsificato il messaggio. Invece è la realtà. Il ministro a capo del dicastero che si occupa di libertà, immigrazione e pubblica sicurezza ha ridicolizzato un principio di diritto espresso dai massimi giudici italiani. Non lo condivido. Non lo trovo appropriato. Può essere una discutibile boutade da campagna elettorale, ma non il messaggio di una carica istituzionale.
Ecco, credo che per quella professoressa attenta a smascherare le bugie social, per un genitore e per qualsiasi insegnante, tutore o figura di riferimento nella formazione di bambini e ragazzi sia molto più complicato arginare la portata  diseducativa di certe “uscite” social di un vertice del nostro Governo, che ha tra i suoi compiti la tutela dei diritti civili…di tutti. Per fortuna sul web girano anche video istruttivi e ben fatti, come questo qui sotto, che vi invito a guardare.
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1 Comment

  1. Condivido ogni parola. Trovo veramente contrario e irrispettoso dei principi costituzionali il comportamento del ministro degli interni, che riesce sempre a dimostrare la sua “ignoranza”, nel vero senso della parola.

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