Bea/ Giugno 23, 2018/ 1 comments

L’altro giorno, alle poste, sono stata rimproverata dall’addetta allo sportello: avevo preso il numeretto di attesa sbagliato. Ho provato a far notare che le indicazioni della “macchinetta” non erano chiare ma la signora, lamentandosi del fatto che tutti sbagliano (il che ha rafforzato la mia convinzione sulla mancanza di chiarezza alla base), ha iniziato la nenia retorica del “nessuno legge più”.

Le vocali scarseggiano. Effettivamente, l’andare sempre veloci ha contratto i tempi di lettura, per cui l’italiano scritto è diventato quasi un codice fiscale, tra crasi e neologismi velocizzanti. Meglio le immagini! Non a caso, instagram, il social fatto di fotografie, ha avuto un successo di pubblico enorme e continua a crescere.
Alla gente piace guardare cosa fanno gli altri e piace guardare cosa accade nel mondo. Con la stessa distratta attenzione di quando ci si affaccia un attimo al balcone e si coglie un momento di vita quotidiana per strada o nel cortile.
Va bene; va tutto bene finché quello di guardare non diventi l’unico esercizio di democrazia.
Le notizie, i fatti, vanno analizzati con spirito critico, messi a confronto con altri dati, metabolizzati per poi diventare un pezzetto di informazione o di cultura generale che ci rende cittadini attivi del divenire sociale. Invece, sono diventati l’unica fonte – o meglio, la fonte prevalente – della partecipazione civica.
I social sarebbero meravigliose piattaforme di aggregazione e di democrazia, se solo se ne facesse un uso meno superficiale, dal momento che si comunica in modo per lo più irresponsabile.
 Ovvero, si tende a prendersi sempre meno la responsabilità di quello che si dice; non ci si mette in gioco in prima persona, ma si prendono in prestito le parole degli altri. Quando va bene, citando gli autori reali; quando va male, copiando e incollando le altrui considerazioni per farle sembrare proprie.
Leggevo, e mi ha fatto sorridere, l’episodio di cui è stata protagonista una maestra elementare, blogger molto attiva, autrice di uno scritto sull’importanza di insegnare ai nostri figli a perdere (tra l’altro un pezzo molto bello e vero). L’insegnante ha citato, nel suo breve articolo, un pensiero di Pasolini. Beh, com’è e come non è, taglia, copia, ruba, incolla, rimesta, ha cominciato a circolare su internet una versione del suo scritto firmata Pier Paolo Pasolini. Stessa cosa per una catena demenziale che millantava la lettera di una adolescente malata di cancro e, invece, non era altro che lo scopiazzamento della poesia di un autore americano.
Le parole che non diciamo. Ma poi, la questione non è nemmeno il prendere in prestito le parole di altri che in modo ficcante e appropriato esprimono un concetto che sentiamo nostro. Da sempre poeti, scrittori, uomini di cultura o di fede, sono stati citati, come “messaggeri” senza tempo di sentimenti e pensieri condivisibili. La deriva alla quale mi riferisco – e che non mi piace – è quella del voler sembrare qualcuno che non si è. A colpi di slogan, frasi fatte o condivisioni frenetiche. La vetrina web è come un salotto ambito nel quale tutti tendono a imbellettarsi al meglio per apparire di tendenza. Si vuol fare il figo, nell’aspetto e nell’intimo, barando sull’aspetto fisico, sulla propria vita e sul modo di pensare. Ma la domanda è: perché? Perché non si ha il coraggio di mostrarsi per quello che si è? Perché tutti inseguono un modello virtuale al quale conformarsi, a costo di perdersi di vista per quello che davvero si sente e si pensa?
Onore e rispetto. Arthur Schopenauer, già nell’800, diceva che “a prima vista ció che determina l’opinione generale che gli altri hanno di noi, cioè l’onore, non è la nostra vera natura, ma quella apparente”. Quindi per l’uomo, animale necessariamente sociale, è importante – da sempre – far bella figura con gli altri; ma il filosofo tedesco aggiungeva anche che “il pubblico è un Argo dai cento occhi che scrutano dappertutto, lo si inganna, ma quasi mai per molto”, rimarcando che l’onore nasce da dentro, per poi fiorire all’esterno, e si basa sul nostro comportamento, su ciò che siamo davvero. Ecco, nel leggere il breve manualetto di Schopenauer dal titolo “L’arte di farsi rispettare”, mi si rafforza la convinzione che la sostanza, alla lunga, paga sempre; mentre l’apparenza facilmente crolla alla prova dei fatti.
Per questo l’Italia di oggi, la politica di oggi, le relazioni di oggi, hanno bisogno di riempirsi di contenuti, altrimenti siamo destinati a diventare (e a fare) brutte figurine.
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1 Comment

  1. Quanto è vero… Tutto! 😘

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