Bea/ Maggio 4, 2018/ 0 comments

I bulli poi crescono. Quei ragazzini strafottenti e molesti poi diventano adulti privi di rispetto per gli altri e pronti a tiranneggiare i più deboli. Certi comportamenti deviati è difficile recuperarli man mano che si va avanti, in una società che purtroppo fatica a trasmette un senso di effettiva Giustizia. E lo devo sottolineare, con amarezza. Se avrete la pazienza di seguirmi fino in fondo capirete perché. Perciò non c’è tempo da perdere! Bisogna prevenirle le devianze, con una precisa campagna di alfabetizzazione civica, di etica di comportamenti, a casa, a scuola, in tv. Ovunque sia possibile inviare il giusto messaggio da metabolizzare, per favorire atteggiamenti virtuosi o almeno di consapevolezza delle proprie azioni! Perché la prevenzione è decisamente la cura più efficace. La repressione è l’ultima spiaggia.

Nel futuro l’aula non è di scuola ma di tribunale. Una recentissima sentenza della Cassazione, la n. 18717 del 2 maggio, sembra farci fare un salto nel futuro di un ragazzino irriverente, incapace di capire, forse, la portata lesiva del suo modo di fare. Lo schema è quello che potremmo ritrovare in una qualsiasi scuola italiana. Un soggetto che si sente forte, un altro oggettivamente debole, un contesto sociale circoscritto, una serie di comportamenti volti a screditare e umiliare pubblicamente. Solo che l’ambiente è quello di lavoro, il problema è tra colleghi e in questo caso la persona puntualmente derisa e mortificata, in preda a uno stato ansioso, ha scelto di licenziarsi, perdendo la possibilità di maturare la pensione, pur di non subire più.
In causa ci sono finiti perché il “bullo” è stato denunciato dalla vittima per stalking (articolo 612 bis del codice penale). Per i giudici di Cassazione, e i colleghi di merito, gli estremi del reato ci sarebbero tutti, non potendosi definire scherzi isolati e innocenti quelli messi in atto dall’imputato.

Se gli scherzi diventano angherie. Nella sentenza si legge che, nell’arco di due anni e quattro mesi, a danno del collega di 17 anni più anziano, affetto da diverse patologie conseguenti a un brutto ictus, si sono verificate numerose “angherie”, quali:

  • quotidiane prese in “giro”;
  • volontario imbrattamento mentre svolgeva il suo lavoro di manutentore dell’impianto fognario comunale;
  • esposizione in bacheca di foto che lo ritraevano dopo un’accidentale caduta in un rivolo di sversamenti fognari;
  • frequenti spruzzi con acqua gelida mentre faceva la doccia;
  • voluta accensione del riscaldamento in estate, sul mezzo della ditta;
  • derisione palese per le lamentele dovute all’improvvisa sparizione della sua bicicletta con la quale doveva andare a fare una visita medica.

I giudici hanno, in aggiunta, evidenziato che lo stato di fragilità, anche piscologica, della vittima era evidente a tutti e non poteva, l’imputato, addurre la scusa di non averlo percepito.

Perciò, posto l’intento di umiliare, deridere, mortificare, in linea teorica la condotta è da ritenersi criminale. Tuttavia, dati i tempi del processo, il reato si è prescritto e la sentenza di condanna è stata annullata.

Per quel che vale, almeno, le parti si sono accordate – in via bonaria – per la liquidazione dei danni alla parte offesa. Quindi, il dipendente con disabilità è stato risarcito per quanto subito;  cosa che – secondo i giudici – rappresenta una implicita ammissione di responsabilità dell’imputato. Se, però, questo sia servito a far capire al collega “simpaticone” la lezione non è dato saperlo.

E gli altri? Come pure non è dato sapere se gli altri colleghi o i soggetti occasionalmente presenti in azienda – che hanno riso a quegli scherzi – si siano mai, almeno una volta, schierati a difesa del più debole.
Mi viene di pensare di no, perché proprio le risate o l’indifferenza altrui alimentano le “gesta” dei prepotenti. Perché i “bulli” si nutrono di quel senso di approvazione e impunità che una collettività passiva gli trasmette. “Tanto non mi succede niente”; “tanto gli altri mi considerano figo”; “tanto li faccio ridere”.

Allora, se dobbiamo giocare a proiettare nel futuro episodi e condotte che da ragazzini sembrano innocue o comunque prive di particolari conseguenze, facciamolo. Ragazzi, sappiate che da grandi il “bullismo” può diventare stalking, ma anche rimanere fermi o girare la faccia quando qualcuno è in difficoltà può essere “criminale”. Perché in certi casi la legge impone l’obbligo di compiere una precisa azione e non farla può significare commettere un reato. Si chiama “omissione di soccorso”. Se – oggi – a scuola fate finta di niente davanti a un sopruso a danno di altri, domani alla vista di un uomo ferito per strada tirerete dritto senza nemmeno chiamare i soccorsi. In quel caso sarà reato, con rischio di reclusione fino a un anno e multa fino a 2500 euro.
L’atteggiamento di vigliaccheria sociale è lo stesso. Non vi pare?

 

 


Art. 612 bis. Atti persecutori. Stalking.

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterata, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.

La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa.

La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità di cui all’art. 3 della legge 5/2/1992 n. 104, ovvero con armi o da persona travisata.

(…omissis)

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