Beatrice Dalia/ Febbraio 9, 2018/ 0 comments

Eccolo lì, il perno della litigiosità post coniugale: gli assegni di divorzio (quei poveri assegni di divorzio). Quel bonifico mensile che un ex  (quasi sempre lui, diciamolo; il contrario è assai raro) deve versare all’altro ex, in nome del compianto tenore di vita. Compianto perché non c’è più…e come potrebbe esserci? Dopo il crack sentimentale sono tutti inevitabilmente più poveri. Un amore finito costa caro, sia in termini emotivi che economici. Raddoppiano le case, le bollette, i consumi in generale e bisogna aggiungere le spese legali per la battaglia dei numeri.

Nelle vicende che si riescono a concludere civilmente, sono i diretti interessati a trovare accordi compatibili con le rispettive esigenze, sulla base di criteri che esulano da prescrizioni normative. La reciproca accettazione della fine di una storia d’amore fa sì che sia il marito a voler assicurare una somma mensile alla compagna di una vita o che sia la moglie a rifiutare aiuto e sostegno perché determinata a riaffermare la propria indipendenza esistenziale oltre a quella economica.

Però quando la musichetta di sottofondo del racconto di separazione non è romantica o nostalgica ma assomiglia di più alla colonna sonora di “Guerre stellari” allora la storia di un amore finito diventa vicenda giudiziaria e quasi sempre il pomo della discordia è l’assegno di divorzio; mai adeguato a detta dell’ex moglie, eccessivamente esoso a detta dell’ex marito. E a voler fare un esempio per tutti, anche se con cifre e numeri non da tutti, si potrebbe pensare alla milionaria vertenza tra Silvio Berlusconi e Veronica Lario.

Fin qui ho detto cose che tutti sappiamo e che in molti vivono sulla propria pelle. Meno nota è invece la piccola rivoluzione che da alcuni mesi sta riscrivendo il “trattamento economico” in caso di divorzio. La Corte di cassazione ha iniziato una vera e propria riforma, che si baserebbe semplicemente sulla corretta interpretazione delle norme esistenti. Non è il Parlamento a mettere mano al diritto di famiglia, in quel modo strombazzato e a volte pasticciato a cui siamo abituati; non è il Legislatore – così come dovrebbe essere – ad adeguare le regole alla vita reale, ma sono i giudici a trovare nelle regole che esistono da sempre nuove soluzioni più in linea, dicono, con il vivere moderno. Sentenza dopo sentenza, l’ultima depositata il 26 gennaio scorso (la numero 2042), i consiglieri di Cassazione stanno consolidando un nuovo indirizzo che cambia totalmente i parametri per l’assegnazione di una somma all’ex.

Poveri assegni di divorzio: Basta con il tenore di vita, conta l’autosufficienza


Il cambio di prospettiva dei giudici è poderoso. Fino ad ora, per determinare l’ammontare dell’assegno di divorzio, in base a un automatismo che i massimi giudici biasimano, contava il solo tenore di vita goduto durante il matrimonio. Perciò la signora doveva essere “finanziata” adeguatamente dal marito economicamente benestante, quasi a non dover rimpiangere, almeno sotto il profilo materiale, il passato. Adesso i giudici guardano la capacità reddituale complessiva dell’ex. Se ha, di suo, il necessario per vivere, ovvero l’autosufficienza economica, non sono previste integrazioni a fine mese.

L’esordio di questo nuovo modo di ragionare dei consiglieri di Cassazione si deve alla sentenza 11504/2017, alla quale si rifanno – in pieno accordo – numerose decisioni successive, con il risultato di influenzare il modo di decidere in tutti i tribunali italiani.

Il ragionamento fatto dalla Cassazione sembra più sociologico che giuridico.

E’ come se a un certo punto avessero voluto dire “adeguiamoci ai tempi”. Tempi in cui il marito non è più padre-padrone (per dirla con termini formali, non ha più la “la netta preminenza nel governo della famiglia”) e la donna difficilmente sceglie di rinunciare a lavorare. Tempi in cui i componenti della famiglia hanno pari diritti e considerazione, tempi di lotte per la parità all’interno delle mura domestiche vinte, almeno sulla carta. Tempi in cui, a quanto pare, anche la responsabilità del fallimento coniugale va divisa equamente, eliminando sbilanciamenti garantisti verso la donna. In due ci si sposa, in due si divorzia e si fanno i conti con il fallimento, tornando ad essere individui che devono provvedere a se stessi.
I giudici lo dicono chiaramente, come potete leggere: <<il divorzio segue normalmente la separazione personale ed è frutto di scelte definitive che ineriscono alla dimensione della libertà della persona ed implicano per ciò stesso l’accettazione da parte di ciascuno degli ex coniugi – irrilevante, sul piano giuridico, se consapevole o no – delle relative conseguenze anche economiche>>.
Proprio come succede in Europa, da tempo. Addirittura in molte legislazioni il principio della piena autoresponsabilità economica degli ex coniugi si applica in maniera drastica, salve limitate – anche nel tempo – eccezioni di aiuto economico, in presenza di specifiche e dimostrate ragioni di solidarietà.

Il troppo stroppia…

Leggendo le sentenze dei giudici, si ha la sensazione che si desideri ripristinare l’equilibrio delle cose. Lo strumento dell’assegno di divorzio è certamente una forma di tutela per la parte debole nella fine di una relazione. Pensato in tempi in cui la fragilità della donna divorziata era particolarmente elevata, per i casi in cui una moglie e madre aveva dato tutto per la famiglia e rischiava di ritrovarsi senza più nulla o in condizioni di disagio, magari a un’età in cui rimettersi in gioco lavorativamente non era concepibile; o forse non era proprio concepibile che una donna si costruisse una carriera o semplicemente un’autonomia.

Nel tempo questa tutela è stata brandita al pari di un’arma impropria da donne incattivite dal dolore del fallimento, decise a punire l’ex. Non va mai dimenticato che nelle cause di divorzio il coinvolgimento emotivo è elevato, la dinamica è serrata e ci sono sentimenti forti che esasperano le decisioni e le battaglie (per risvolto psicologico di questo delicato tema, rimando all’articolo della Dottoressa Pecoraro Scanio ).
Probabilmente questo richiamo della Cassazione all’assunzione delle proprie responsabilità, lo stop agli automatismi finora avallati dalla maggioranza dei giudici italiani, è una conquista civile prima ancora che giuridica.

Si tratta sempre di giurisprudenza, lo ricordiamo. Non sono i giudici a fare le leggi, loro le interpretano per adeguarle alla realtà. In teoria i tribunali potrebbero ignorare questo cambiamento di prospettiva. Servirebbe almeno una pronuncia della Cassazione a sezioni Unite per imprimere maggiore forza al nuovo principio; fermo restando che – comunque – potrebbero esserci in futuro altri ripensamenti o adattamenti alle esigenze sociali. Perciò, ancora meglio sarebbe un intervento legislativo che metta nero su bianco una regola al passo con i tempi, adeguata soprattutto ai valori costituzionali di uguaglianza e di pari dignità sociale.

Ma, per ora, i giudici di merito stanno seguendo la strada intrapresa dalla Cassazione, convinti del fatto che se un padre deve smettere di mantenere un figlio quando questi diventa economicamente autonomo, a maggior ragione un ex marito deve smettere di mantenere l’ex moglie che ha un reddito, una rendita o la possibilità di procurarseli autonomamente.

Il rischio delle rivoluzioni è sempre quello delle “vittime” innocenti. Di donne alla quali legittimamente andrebbe corrisposto un assegno divorzile, che invece restano senza, sull’onda di questo eclatante giro di vita. Prima sono stati detti troppi sì a sproposito e ora si potrebbe cadere nell’eccesso dei no ad oltranza.
Certamente, oggi più di ieri, gli ex hanno buoni motivi per trovare da soli accordi equilibrati.

Riepilogando


Il matrimonio funziona, il tenore di vita è agiato o comunque medio. La famiglia tutta ne trae beneficio

Com’era fino a pochi mesi fa


La storia finisce, il matrimonio tracolla. Si arriva al divorzio e lei chiede un assegno al giudice. Il giudice mette a confronto il reddito di lui e quello di lei, verifica che il primo è più elevato, stabilisce una somma a favore di lei, a carico di lui, che le consenta di continuare a vivere con la serenità economica di prima.

Com’è adesso


La storia finisce, il matrimonio tracolla. Si arriva al divorzio e lei chiede un assegno al giudice. Il giudice le chiede di esibire la sua situazione reddituale, valuta se guadagna, se ha immobili di proprietà, se vive in una casa propria, se ha dei fondi investiti, se ha ricevuto una buona eredità. Se lei non ha redditi e sostanze di alcun tipo ed è nell’oggettiva impossibilità di procurarseli o di lavorare, allora, e solo allora, stabilisce una somma a suo favore, a carico dell’ex.

 

 

 

 

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