Bea/ Settembre 7, 2018/ 1 comments

E’ fatto risaputo che andare a fare la spesa con i figli sia un gioco al massacro per i genitori. O anche un allenamento alla “Full metal jacket” a dire no. Tocca essere fermi e categorici e rispondere picche a ogni assurda richiesta di acquisto. Nei moderni store, poi, dove ci sono dai giocattoli alla cancelleria, dai vestiti ai dvd, gli stimoli consumistici sono trasversali ed esasperanti.
Bene, la cassa è l’ultimo ostacolo prima della sospirata libertà. Il puntuale stand di caramelle di tutte le forme e misure, posizionato proprio lì, dove devi sostare in attesa di pagare e fuggire, sfianca con l’ultima disperata richiesta. C’è chi cede esausto e chi riesce a trascinare via, senza pietà, i bimbi piagnucolanti.
La scena alla quale ho assistito un paio di settimane fa, è stata fuori dal comune.
Un bimbetto tutto allegro, non ancora settenne, con in testa un cappellino rosso della Ferrari, si muoveva disinvolto e sereno attorno al carrello non troppo pieno, spinto dal padre. A un certo punto, nell’avvicinarsi alla cassa, ha visto lo “stand del pianto” e, con mia grande sorpresa, ha usato un approccio da maestro.
“Uh! Guarda papà, ci sono le mentine. Sono buone, me le ha fatte scoprire lo zio che le prende sempre. Ti vanno? Le vuoi?”. Il padre ha gentilmente rifiutato e lui, senza scomporsi minimamente, ha aggiunto “beh, io le prendo”. Detto, fatto; ha preso un pacchetto e lo ha messo nel carrello, sotto lo sguardo sorridente del genitore.
Non si è messo a piagnucolare, non ha iniziato il mantra del “me lo compri”, gliele ha offerte. Ha compiuto un atto di cortesia e gentilezza in modo da ben disporlo, salvo poi andare a meta con disinvoltura. Un mito. Facilmente il padre lo avrebbe accontentato a prescindere, ma quel sistema di persuasione l’ho trovato eccellente.
D’altronde, gli studi sulla programmazione neurolinguistica mirano proprio a dimostrare la correlazione tra la qualità della nostra vita e la nostra abilità a comunicare.
Dire le cose in un certo modo può farci aprire il cuore di chi amiamo, farci assumere, farci applaudire o, semplicemente, generare positività attorno a noi. Eppure, all’importanza di una corretta comunicazione si sta dando sempre meno peso; con una preoccupante deriva nella direzione opposta.
Leggevo il dramma di quel bambino americano di nove anni, suicida per gli insulti e la derisione degli “amichetti” di scuola ai quali aveva confessato di essere gay. Non ha sopportato la cattiveria di quei commenti, la veemenza di quelle prese in giro.
Quanta violenza travestita da “scherzo tra ragazzi”. Smettiamola di non considerare pericolose le parole. Proviamo a dare almeno alle cose che diciamo lo stesso peso delle cose che indossiamo! Questa superficialità comunicativa (ed emotiva) fa a pugni con l’ossessione dell’apparenza che invece caratterizza i giovani, oggi.
Non so fino a che punto valga la pena investire tempo e denaro in accessori, acconciature, outfit o quello che è, quando poi ci si comporta da pezzenti della comunicazione. Ovvero, torniamo a bomba sull’importanza dell’essere rispetto al sembrare. E’ come se la Barbie (la bambola Mattel, quella vera) più glamour avesse finalmente la capacità di emettere dei suoni e la sprecasse esclusivamente per fare rutti o come se un bel gioiello puzzasse. E tutti gli altri esempi paradossali che vi vengono in mente pensando a qualcosa che sia al tempo stesso bello e sgradevole.
Come faceva giustamente notare Gramellini sul Corriere della Sera, gli influencer del mondo classico erano Seneca, Aristotele, Epicuro. Persone che si interrogavano su questioni essenziali dell’umana natura e cercavano di trasmettere ai propri simili la profondità dei loro ragionamenti, convinti di contribuire al miglioramento della specie, per il solo piacere di farlo, senza sponsor e senza griffe da valorizzare.
Oggi si va dietro a persone che dipingono la loro esistenza come una favola dorata fatta di materialità, di certo non filosofi che sollecitano l’arricchimento interiore. In questo carosello abbagliante non si ritiene di dover prestare attenzione a quel che si scrive su un social, a come lo si scrive; meglio un selfie ritoccato che ci faccia sembrare delle star. Nessuno mai penserebbe di offrire all’umanità l’immagine di sé in pigiama, ancora impastato di sonno, e magari con un brufolo in primo piano. Eppure in tanti si mostrano sboccati, sguaiati, scostumati, irrispettosi. Offendere non è top e non è figo, ma insultare impunemente purtroppo è di moda. Deridere e umiliare pure.
Se è vero quello che ha concluso il professor Waldinger, docente ad Harvard, in una sua lunga e accurata ricerca sulla felicità, in molti scopriranno troppo tardi di aver sbagliato tutto. Perché, a quanto pare, la felicità non la danno i soldi, il potere, il successo, ma la qualità delle relazioni umane. La felicità arriva se si riesce a costruire un patrimonio di affetti sinceri. Operazione possibile anche e soprattutto grazie a una buona capacità di comunicare con gli altri.
Per gli altri, siamo quello che – di noi – riusciamo a trasmettere. Se non impariamo a comunicare nel modo corretto, se non poniamo attenzione a come esterniamo un pensiero o un’emozione, rischiamo di non essere capiti, compresi, visti…di non contare nulla.
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1 Comment

  1. Grazie… E ho detto tutto… 😘

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