Bea/ Dicembre 5, 2018/ 0 comments

Gli inglesi hanno un decalogo per curare la solitudine. Si tratta di consigli di socializzazione che arrivano addirittura dall’apposito ministero per la Solitudine, istituito nel gennaio 2018 dal primo ministro Teresa May. Sembra una storiella per mettere in guardia i bambini dai rischi di un eccesso di vita virtuale, eppure è la verità. Nove milioni di inglesi non hanno relazioni in grado di “riscaldare” la loro quotidianità e pare che questo faccia più danni del fumo alla salute pubblica. I consigli istituzionali vanno dal riprendere un vecchio hobby, all’iscriversi in palestra e fare volontariato. Si tratterebbe in prevalenza di persone anziane e va detto che i britannici sono molto meno famiglia-centrici di noi italiani, che abbiamo figli più restii ad allontanarsi dagli affetti. Eppure, già alla fine degli anni ’60, il nostro Gianni Rodari scriveva la favola di “Tonino l’invisibile”, incentrata proprio sulla tristezza dell’invisibilità sociale degli anziani.

Oggi la solitudine non è solo una questione “da vecchi”. Al contrario. E’ un virus che serpeggia in una società sempre più polemica e insofferente.

L’odierno individualismo porta anche noi cittadini del Bel Paese a stare in guardia dal rischio di un isolamento trasversale. Se non ricordo male, si sono già registrati in Italia casi di Hikikomori, adolescenti che si chiudono nelle loro camerette e rifiutano ogni tipo di contatto con l’esterno. Un fenomeno di forte disagio molto diffuso in Giappone che, però, è arrivato anche da noi. In pratica, l’esatto, spaventoso, opposto della sovraesposizione social. Ci sono quelli che ormai non si sentono realizzati se non condividono con l’universo anche solo una nuova pettinatura e quelli che quest’ansia perenne da prestazione la rifuggono e cercano di diventare invisibili. Anche gli americani, socievoli per antonomasia, rischiano di rimanere nella trappola della solitudine. Tant’è che Oprah Winfrey, la popolare presentatrice e influencer, anni fa patrocinò un’iniziativa dal titolo “just say hello”, il cui messaggio era un’esortazione almeno a salutarsi, sorridersi per strada, provare ad avviare un movimento diffuso di semplice reciproca gentilezza, che poi non è altro che l’a b c di una civile convivenza.

Ora, sarebbe faticoso ammettere che gli inglesi, non tra i vicini più simpatici che abbiamo, ci possano aver visto lungo, istituendo un ministero per la Solitudine e stanziando risorse ad hoc. Inoltre, allo stato attuale, avrei paura che l’Italia – con la penuria che c’è di figure istituzionali autorevoli e sagge – possa copiare l’idea. Più di tutto, però, prevale la convinzione che una patologia sociale come la solitudine non possa essere risolta dall’alto, d’autorità; ma debba essere curata progressivamente con una serie di iniziative o anche solo atteggiamenti, in grado di cambiare la giornata a coloro che non hanno nessuno. Oppure a tutti, diciamolo! Perché la solitudine può manifestarsi in modo subdolo, anche quando si è circondati di persone ma non ci si sente capiti, amati o apprezzati. Stare in mezzo alla gente non vuole necessariamente dire stare con la gente. Credo che siamo troppo arrabbiati per riuscire a sviluppare una sana relazione sociale. Sono sempre meno le occasioni di aggregazione, ma soprattutto sono effimere. Si partecipa attivamente alle campagne sociali pro o contro qualcuno o qualcosa. Si condividono link di video buonisti o si cliccano all’impazzata foto dall’umorismo caustico. Difficilmente si creano gruppi con interessi comuni nei quali i confronti sono costruttivi e benefici. Nemmeno nell’identità politica è più possibile trovare un collante: i partiti sono rimasti sepolti dai sotto-partiti, dagli spin off, dalle scissioni, dalle contestazioni. I leader sono soli e corrono da soli anche nelle coalizioni di maggioranza. Perciò se è vero che “personal is political”, anche noi italiani siamo a rischio solitudine.
Personalmente, ho un mio decalogo di sopravvivenza; utile a farmi arrivare a fine giornata (non sempre, ma spesso) un po’ meno arrabbiata e quindi un po’ meno sola. Provo a condividerlo.

Regola numero 1: Conoscersi! Sapere che cosa stiamo provando, se siamo particolarmente irritabili o irascibili, se c’è qualcosa che ci ha turbato in particolare. Già identificare la vera ragione del nostro malumore è un grosso passo avanti;

Regola numero 2: lasciare andare le stupidaggini, distinguerle dalle questioni importanti che vale la pena provare a risolvere. Il tempo è poco, perciò spendiamolo bene.

Regola numero 3: decidere quali relazioni o rapporti vale la pena salvaguardare. In quelli che per noi sono importanti, investiamo tempo ed energie.

Regola numero 4: provare a fare qualcosa che ci fa stare bene ogni giorno. Una piccola cosa, ma che sia spesso. Se riusciamo a farci del bene noi per primi, saremo meno dipendenti dagli altri e, quindi, più pronti ad incontrali.

firma Beatrice Dalia

Share this Post

Rispondi