Bea/ Marzo 24, 2018/ 0 comments

Non commette reato, né di stalking né di molestie, il padre che pressa la madre per vedere il figlio. Anzi, no. E’ uno stalker!

Recentemente mi sono imbattuta in due opposte sentenze della Cassazione che mi hanno confermato quello di cui già sono convinta da tempo. Ovvero, quando le questioni familiari entrano in aula e si trasformano in una guerra legale trasversale, che va cioè dal diritto civile a quello penale, la speranza di salvaguardare la serena crescita dei bambini coinvolti si affievolisce. E il torto e la ragione diventano concetti molto relativi; più che la verità dei fatti conta la verità dimostrata.

Ci tengo a chiarire che – da quanto ho letto – non si tratta di casi di violenza sulle donne; non si tratta di uomini-bestie che considerano le donne un oggetto di proprietà e, di conseguenza, ritengono di poter disporre della loro salute o addirittura della loro vita. Non siamo, cioè, in presenza di uno di quei casi di grave e biasimevole patologia sociale per reprimere i quali è nato il reato di stalking.

Una delle due sentenze riconosce il reato a carico del padre che tempesta di telefonate – e in alcuni casi pedina – la propria ex; l’altra sentenza, al contrario, scagiona un padre che tentava solo l’esercizio di un suo diritto.

Entrambe le decisioni di cui vi parlo, secondo me, potevano essere risolte in una stanza, con un esperto della facilitazione dei rapporti. Almeno i due bimbi involontariamente protagonisti lo avrebbero meritato.

Si fa un gran parlare, spesso a sproposito, della mediazione familiare; ma poi, quando davvero il riferimento è pertinente, silenzio…

Partendo dal presupposto che quando il conflitto prende il sopravvento, vedere le cose con lucidità è difficile anche per i diretti interessati, mi chiedo come possa un giudice farsi un’idea chiara e assolutamente corretta quando gli stessi racconti delle parti in causa chiari e corretti non sono, in quanto filtrati da un vissuto di coppia fallimentare che condiziona, inevitabilmente, l’agire e la sua percezione.

Lo so perché succede anche nella stanza di mediazione. Tutta la prima fase del percorso di coppia è utilizzata dai genitori per cercare di guadagnare i favori del mediatore, per tentare di convincerlo di essere nel giusto, in modo da avere un alleato nella propria battaglia. Alcune volte, ascoltando le parti separatamente, ne vengono fuori due diversi “film” e tocca scavare per rintracciare l’unica trama che invece c’è.

Siccome mi rendo conto che spesso più delle parole sono persuasivi i fatti, voglio condurvi in una ipotetica stanza di mediazione con me e illustrarvi uno dei due casi di cui vi sto parlando. Fingiamo, cioè, che i protagonisti di una di queste due vicende decisa, invece, dal massimo giudice italiano (e questo significa che ci sono stati tre gradi di giudizio), siano seduti davanti a noi e suonino la loro “campana”. Mi interessa sapere cosa pensate e quali argomenti vi convincono di più.

La storia. Giovanni e Ingrid, marito e moglie separati. La loro bambina aveva poco meno di tre anni quando è finita l’intesa di coppia.

Giovanni: “Lei non mi fa vedere la bambina, mi esclude, mi fa sentire di troppo”

Ingrid: “Lui è diventato assillante, vorrei capire che senso ha chiamarla di continuo quando è da me”.

Giovanni: “il Tribunale ha stabilito l’affidamento condiviso ma lei non ha capito che significa, sa…è straniera…l’ha capita a modo suo”

Ingrid: “Lui non si mette nei miei panni. Non sono italiana non ci sto capendo niente, non riesco a star dietro a tutto, penso soprattutto alla mia piccola”

Giovanni: “Ah, ma ci ha pensato il mio avvocato a chiarirle le idee. La signora è stata condannata a pagare una sanzione per tutte le volte che non me l’ha passata a telefono”

Ingrid: “E’ la bambina che non ci voleva parlare…non aveva nemmeno tre anni! Cosa vuole che gli dicesse a telefono?! Adesso ne ha quattro e ci parla, le pesa di meno”

Giovanni: “Io da un momento all’altro ho perso tutto e devo anche accettare che la bimba chiami ‘babbo’ il suo nuovo compagno”

Ingrid: “Cerco di restituirle un’idea di famiglia serena!”

Giovanni: “E’ per questo che quando la incontro per strada non mi fai salutare da nostra figlia?!”

Ingrid: “Se è per questo ti incontriamo anche troppo. Tu ci segui, mi spaventi”

Giovanni: “Voglio fare il padre, è un mio diritto!”

Ingrid: “Tu mi vuoi controllare, è diverso. Ancora non ti rassegni. La bimba è solo un pretesto”

Giovanni: “Ancora? L’hanno detto anche i giudici che non attuavi l’affido condiviso, ma decidevi tutto senza di me”.

Ingrid: “Allora perché quando è il turno di stare con te la lasci tutto il tempo con tua madre? L’affido è condiviso tra genitori non con i nonni”

Giovanni: “Mia madre mi aiuta. Non posso certo farle da mangiare da solo, sai bene che non so fare nemmeno un uovo sodo. Poi a casa di mia madre ci vivo, l’hai dimenticato?”

Ingrid: “Sono tutte scuse, Giovanni. Tu usi nostra figlia per controllare me e per vendicarti. Non ti amo più, rassegnati”

Giovanni: “Ho dovuto accettare la separazione, ho sofferto perché – senza che lo volessi – mi sono separato anche da nostra figlia e non dovrebbe essere così, ho dovuto ingoiare il fatto che mia figlia viva con un altro uomo in casa, che non è suo padre e che tu vuoi che lo diventi. Non credi che sia un po’ troppo, tutto …troppo?”

Ingrid: “non lo so, forse lo saprà meglio di me un giudice penale. Ho deciso di denunciarti”

Giovanni: “ah ecco. Le cose che ti interessano le capisci bene, a quanto pare. O forse hai qualcuno bravo a suggerirtele…”

Ecco, fermiamoci qui. Il battibecco immaginario potrebbe andare avanti per ore. In realtà vi ho dato gli elementi che emergono dalla sentenza penale della Cassazione.

Secondo voi, quale delle due pronunce ne è scaturita? Ma, ancor di più, secondo voi è possibile dire chi ha ragione?


Alcuni strumenti della mediazione familiare

 

  • dialogo
  • empatia
  • senso di responsabilità

 

Le “armi” legali di questa battaglia tra ex

 

  • Codice penale, articolo 612 bis

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.

La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa.

(…omissis…)

  • Codice di procedura civile, articolo 709 ter

Per la soluzione delle controversie insorte tra i genitori in ordine all’esercizio della responsabilità genitoriale o delle modalità dell’affidamento è competente il giudice del procedimento in corso (…omissis…)
In caso di gravi inadempienze o di atti che comunque arrechino pregiudizio al minore od ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affidamento, (il giudice, ndr) può modificare i provvedimenti in vigore e può, anche congiuntamente:
1) ammonire il genitore inadempiente;
2) disporre il risarcimento dei danni, a carico di uno dei genitori, nei confronti del minore;
3) disporre il risarcimento dei danni, a carico di uno dei genitori, nei confronti dell’altro;
4) condannare il genitore inadempiente al pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria, da un minimo di 75 euro a un massimo di 5.000 euro a favore della Cassa delle ammende.
I provvedimenti assunti dal giudice del procedimento sono impugnabili nei modi ordinari.

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