Bea/ Febbraio 1, 2019/ 0 comments

Trecento euro. Tanto può costare minacciare qualcuno sulla propria bacheca Facebook. O, almeno, questo è quanto dovrà pagare una signora della provincia di Pesaro per aver usato il social come sfogo dopo aver preso una multa. Ma poteva andare peggio, perché il vigile l’aveva denunciata anche per diffamazione.

Una recente sentenza della Corte di cassazione, la n. 4025 del 28 gennaio, offre lo spunto per riepilogare il galateo da post, mettendo i puntini sulle “i” rispetto alle sfuriate lecite e a quelle che violano la legge.

Trovo particolarmente utili questi piccoli riepiloghi, se non altro per ricordare che la tastiera non dà l’immunità; che la libertà di espressione – anche se viviamo nell’era dello straparlare telematico – continua ad avere il vecchio e saldo limite del non far male ad un altro. Che poi è così in tutte le cose. Se anche ci volessimo immaginare individualisti ed egocentrici, all’interno di una bolla che galleggia sopra tutto e tutti, dovremmo ricordarci che la nostra bolla…di sapone, scoppia nell’esatto istante in cui ci scontriamo, rompendola a sua volta, con la bolla di un altro.

 

I fatti sui quali hanno deciso i giudici
Tutti i dettagli in sentenza non ci sono; ma si evince l’indispensabile. Una signora viene fermata da una pattuglia di vigili urbani che le contesta un’infrazione ed eleva una contravvenzione. Che rabbia! Evidentemente la signora pensa di non meritarla o forse ritiene che le sia stata riservata troppa severità e quindi, una volta arrivata a casa, si sfoga nel modo più plateale possibile. Un tempo erano amici e parenti i destinatari di sfuriate liberatorie, con un’ampia facoltà di dire peste e corna di chicchessia; adesso dà più soddisfazione dirlo a mezzo mondo, dimenticando che magari qualche piccola auto-censura sarebbe preferibile. In poco tempo, infatti, due colleghi della municipale sono venuti a conoscenza dei post di insulti e minacce e hanno avvisato il diretto interessato che, prontamente, ha denunciato la signora per diffamazione e minaccia.

 

La questione giuridica
In primo e secondo grado i giudici hanno dato ragione all’agente. Ma in Cassazione la signora ha avuto uno “sconto” perché i magistrati di piazza Cavour non hanno ravvisato il reato di diffamazione; solo quello di minacce.
Affinché si verifichi la diffamazione a mezzo stampa, hanno ricordato i consiglieri romani, è sufficiente il “riferimento inequivoco a circostanze di notoria conoscenza, attribuibili ad un determinato soggetto che  deve essere deducibile, in termini di affidabile certezza”, dal contesto del racconto.

Cioè dovrebbe essere chiaro a tutti di chi si sta parlando male, pur se non si fanno nome e cognome.

Nella vicenda in questione, invece, non tutti sarebbero potuti risalire al vigile insultato, ma solo i suoi colleghi (come infatti è successo), in base all’orario e alla composizione della pattuglia (unico componente maschile della stessa). Quindi, gli estremi della diffamazione non c’erano.
Per quanto riguarda il reato di minacce, invece, non è necessario che la vittima sia presente o le legga in prima persona, ma basta che venga a conoscenza della minaccia anche attraverso terzi, purché si possa desumere dal contesto l’intenzione fosse palesemente intimidatoria. Ora, non sappiamo esattamente cosa gli abbia “promesso” la signora, ma certo non erano auguri di ogni bene.
Perciò hanno stabilito una multa (anche loro!) a suo carico di 50 euro. L’originaria somma di 500 euro, sancita a titolo di risarcimento danni morali, invece è stata dimezzata, ritenendosi che la “quota” di 250 euro da presunti danni da diffamazione inesistente.

La morale della faccenda è che alla signora non è convenuto dire di tutto e di più a caldo e forse avrebbe fatto meglio, prima di scrivere, a contare (come dovrebbero fare in parecchi)…magari fino a 300.

firma Beatrice Dalia

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