Bea/ Dicembre 8, 2017/ 0 comments

Sposa fantasma

Curioso come le notizie vere facciano sempre meno chiasso di quelle false (le cosiddette fake news). E come l’informazione riesca raramente ad andare oltre, a creare quello che sarebbe tra i suoi compiti, ovvero una consapevolezza civile. Nei giorni scorsi, giornali e siti web si sono occupati di una presunta sposa bambina (la  sposa fantasma) abusata dal suo “mostruoso” marito trentenne musulmano e, contemporaneamente, di una coppia di conviventi rom palesemente fuorilegge, data la minore età della partner (meno di 16 anni). Il retrogusto emotivo di entrambe le news era l’intolleranza di usanze e tradizioni di altri Paesi, illegali nel nostro. Però la storia della sposa fantasma era sicuramente un’arma più appetibile per i costruttori di odio.

Sì perché noi, in Italia, non abbiamo solo il problema degli “haters”, gli odiatori professionisti che – armati di tastiera – massacrano a suon di insulti e moralismo violento i loro bersagli, ma – a quanto pare – abbiamo soprattutto il problema dei fabbricanti di odio che approfittano di certi punti deboli dell’italica gente, per costruire insormontabili muri di insofferenza e repulsione, con l’obiettivo di condizionarne le scelte.

Praticamente l’esatto opposto del diritto all’informazione.

La sposa fantasma: caccia al mostro musulmano (che non c’è).

Certo, come si può rimanere indifferenti leggendo di una bimba di nove anni violata dal “marito” trentacinquenne? E’ una miccia accesa nel cuore di ogni persona dotata di una normale sensibilità. Immaginare una ragazzina di quarta elementare che improvvisamente deve diventare donna a tutti gli effetti perché la sua mamma e il suo papà sono musulmani e concepiscono il matrimonio persino a quell’età; vederla entrare nella casa di questo orco di 26 anni più grande che senza nessuna remora la violenta, le ruba per sempre l’innocenza e l’infanzia, le fa male, talmente tanto male che si rende necessaria la corsa in ospedale a causa di una emorragia. Lì l’agghiacciante scoperta dell’accaduto, la denuncia ai carabinieri e il trasferimento della piccola in una struttura protetta. Ditemi voi quale madre, padre, zio, nonna, maestra o semplice essere umano potrebbe rimanere indifferente davanti a una simile storia dell’orrore. E allora giù insulti a quella gente, a quella cultura; su gli scudi a difesa del sentire nazionale e delle nostre leggi. Ma poi si scopre che non è vero niente. Le forze dell’ordine negano tutto. La sposa bambina è un fantasma, come pure il suo mostruoso consorte. Non c’è riscontro ufficiale alla notizia. Però intanto il meccanismo di odio di è attivato, sono partite le condivisioni sui social, se ne parla per strada, sono tutti inviperiti e ancor più intolleranti. Insomma, il danno è fatto.

Convivenze fuorilegge: il (non) matrimonio rom

Fa molto meno presa mediatica l’altra notizia, però fondata, della condanna al ventenne rom per la convivenza con una quindicenne della sua etnia. I due ragazzi erano fidanzati ufficialmente e vivevano nel campo rom. Oggi i due si sono spostati e hanno avuto dei figli, però il marito dovrà scontare comunque un anno di carcere (o pene alternative) per aver compiuto atti sessuali con una minorenne, poco importa se consenziente. E poco importa se si trattava di un comportamento assolutamente legittimo per la cultura rom, nella quale è possibile il fidanzamento/matrimonio con minorenni. I parametri che ci siamo dati, nel nostro ordinamento, sono altri. Il matrimonio con minori è fuori discussione. Il sesso con minori di 14 anni è reato e non c’è consenso che tenga perché si presume che a quell’età non ci siano la maturità e la consapevolezza necessari all’atto sessuale; il reato, poi, scatta anche quando il minore non ha compiuto 16 anni se il partner sessuale è qualcuno dotato di un particolare ascendente sulla personcina (tutore, insegnante, convivente).

La pericolosa prepotenza della disinformazione.

sposa fantasma

Il primo caso, quello “fake”, era riprovevole. Non c’è spazio a discorsi sull’integrazione e alla conseguente accettazione di certe usanze altrui davanti a una sposa di 9 anni. Ma il secondo, invece, aveva tutti gli elementi per un dibattito sociale e culturale. Sulla opportunità di perseguire, con conseguente attivazione del sistema giudiziario e costi per la collettività, condotte non percepite come sbagliate da persone che comunque continueranno a ragionare e a fare come hanno imparato e impareranno.

In tutte e due i casi, però, si è persa l’occasione di una informazione costruttiva.

Il giornalismo è uno strumento di democrazia. Il racconto della nostra società dovrebbe servire ad aiutare i cittadini a formarsi una propria idea, consapevole, per consentire un mirato esercizio del diritto di voto. “So, mi documento, mi faccio un’idea, faccio la mia scelta politica in conseguenza di ciò, costruisco l’Italia che voglio”.

Questo procedimento manca e sempre più dilaga quello del “condanno, biasimo, giudico, ma non contribuisco alla realizzazione di una società più a misura del mio sentire”.

Internet potrebbe essere una grande occasione di potenziamento del diritto all’informazione, ma diventa sempre più un guazzabuglio di like e condivisioni superficiali che non vanno certo in direzione di una democrazia, quanto piuttosto di una “odiocrazia”.

Quando compriamo qualcosa, facciamo le nostre riflessioni, paragoniamo, cerchiamo di capire dove ci sono qualità e convenienza; stiamo attenti, insomma, a scegliere il meglio per noi. Ecco, imparare a farlo anche con le notizie di quel grande discount dell’informazione che è la “rete” sarebbe già un bel traguardo. Non pensiamo “vabbè, tanto è gratis” perché non è così; le bufale hanno un caro prezzo, che paghiamo…tutti.

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