Bea/ Maggio 19, 2018/ 0 comments

Caro ci costa, volervi bene. Quando un genitore mette al mondo un figlio sa di assumere una serie di oneri, tra cui quello materiale al mantenimento e al soddisfacimento delle sue esigenze. Ma se la responsabilità delle sue azioni a 18 anni compiuti, in teoria, non sarebbe più affare di mamma e papà, perché acquista la capacità di agire (vota, può stare in giudizio o firmare contratti), il finanziamento del suo futuro rischia di avere una tempistica molto dilatata. Certo è che la legge non stabilisce un termine per la cessazione del mantenimento.

Assegni di mantenimento e richieste di stop. Nelle famiglie in cui la coppia genitoriale è coesa, le questioni economiche restano tendenzialmente private, sono frutto di un progetto educativo condiviso da tutti, figli compresi. Perciò i genitori scelgono liberamente come fare, non senza difficoltà. Anche perché, raggiunta la maggiore età, i ragazzi si sentono grandi, ma non sempre cominciano a comportarsi da adulti e l’arma economica resta, purtroppo, la forma di controllo estrema per indurre i più ribelli ad adeguarsi ai dettami educativi. Va detto che se il figlio ritiene leso il suo diritto al mantenimento può rivolgersi a un avvocato per indurre, in sede giudiziaria, al pagamento mamma e papà.

Quando, invece, la famiglia si riorganizza per il fatto che madre e padre non si amano più, dal giudice ci si va proprio per l’attrito tra ex sulla questione del mantenimento della prole; pago io, paghi tu, paghiamo insieme, non pago più! La lettura delle numerosissime sentenze sollecitate da una richiesta di riduzione o revoca dell’assegno di mantenimento al figlio maggiorenne consente di abbozzare una sorta di decalogo di comportamento per i genitori che poi, in realtà, non è altro che un elenco di principi di buon senso, utili a ogni famiglia.

L’ultima sentenza in materia. Lo spunto di questo articolo arriva proprio da una recente sentenza della Cassazione. Un figlio trentenne avrebbe voluto ancora i 400 euro mensili del padre; aveva cambiato sesso, si sentiva fragile e vulnerabile e per questo stentava a trovare il suo posto nel tessuto produttivo del Paese. Ma il padre ha detto no, e i giudici di Cassazione, con la decisione n. 5883 del 12 marzo scorso gli hanno dato ragione, perché tre anni dalla conclusione dell’iter di adeguamento di identità basterebbero a renderlo uguale agli altri ragazzi della sua età e quindi a metterlo in condizione di costruirsi la propria vita in autonomia. La storia, inevitabilmente, porta a riflettere sul dolore di questo braccio di ferro giuridico e alla difficile relazione tra padre e figlio transgender. Sotto il profilo strettamente giuridico, la sentenza ha un profilo di novità per la vicenda specifica, ma soprattutto sembra abbracciare con particolare vigore l’orientamento anti-bamboccioni delineatosi negli ultimi anni.

La clamorosa ordinanza milanese. Nel 2016, infatti, il Tribunale di Milano ha addirittura stabilito il limite anagrafico del mantenimento: 34 anni. In considerazione di un suo dovere di “autoresponsabilità”, il figlio maggiorenne non può pretendere la protrazione dell’obbligo di mantenimento oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura; questo per evitare, anche proprio come messaggio sociale, il parassitismo dei ragazzi sulle spalle di genitori che diventano via via più anziani. Perciò, “in linea con le statistiche ufficiali, nazionali ed europee, oltre la soglia dei 34 anni lo stato di non occupazione del figlio maggiorenne non può più essere considerato quale elemento ai fini del mantenimento, dovendosi ritenere che, da quel momento in poi, il figlio stesso possa, semmai, avanzare le pretese riconosciute all’adulto”. Quindi può reclamare i soli alimenti, cioè lo stretto indispensabile alla sopravvivenza.

Il mantenimento della prole secondo diritto. Ma riepiloghiamo i fondamentali. I genitori hanno – in solido tra loro (insieme!) – l’obbligo di mantenere i figli fino al raggiungimento della loro indipendenza economica; ognuno in proporzione alle proprie sostanze e alla capacità lavorativa. Il mantenimento è a 360 gradi e va dalle spese della vita quotidiana a quelle relative a istruzione, svago e vacanze.

Di contro, il maggiorenne convivente deve contribuire, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia. Rafforzando quell’intenzione educativa che spingerebbe a rendere i figli stessi responsabili e desiderosi – quanto prima e compatibilmente con le ambizioni professionali – di non essere più un peso per i loro cari.

L’idea di base, valevole per tutti i ragazzi, sarebbe: “tesoro caro, io finanzio i tuoi progetti di realizzazione, a patto che tu ci metta il tuo per diventare – in tempi ragionevoli – economicamente indipendente”.

In realtà, il contributo che si chiede ai propri figli difficilmente è una partecipazione economica al menage familiare, nel caso in cui dovessero cominciare a fare primi lavoretti, in prevalenza è una richiesta di senso di responsabilità, impegno e buona volontà.

Ecco, un padre che volesse dire basta al mantenimento dovrebbe dimostrare l’inerzia colpevole del figlio oppure la raggiunta indipendenza.

Queste alcune “colpe” conclamate dei figli:

  • stazionare pigramente all’università per protrarre la condizione di agio e spensieratezza;
  • rifiutare senza motivo un lavoro adeguato alla propria preparazione e alle proprie aspettative;
  • non ricercare con metodo e impegno un’attività remunerata.

Invece, l’indipendenza economica si considera raggiunta:

  • quando la creatura ha trovato un lavoro e ha un reddito adeguato alla sua qualifica/professione e alle sue aspirazioni (il lavoretto precario non può considerarsi indipendenza economica, ma una serie di lavori a termine sì);
  • quando ha avviato un’attività commerciale, anche se poi gli affari non vanno come si sperava (il mantenimento del figlio maggiorenne convivente è da escludere quando quest’ultimo, ancorché allo stato non autosufficiente economicamente, abbia in passato iniziato ad espletare un’attività lavorativa);
  • quando il figlio si sposa.

Ma, attenzione, se il figlio coltiva delle aspirazioni e vuole intraprendere un percorso di studi per il raggiungimento di una migliore posizione e/o carriera, il genitore deve continuare a pagare.

Diversamente, se al sangue del tuo sangue vanno male gli affari o il matrimonio “non sono più ipotizzabili né un suo rientro o una sua permanenza in famiglia nella posizione dell’incapace d’autonomia, né un ripristino in suo favore di quella situazione di particolare tutela che il legislatore ha inteso predisporre in favore dei soli figli i quali ancora la detta autonomia non abbiano conseguita(…….); nell’ipotesi, quindi, in cui venga meno, per qualsiasi causa, la già conseguita indipendenza economica, la tutela apprestata dall’ordinamento in favore del soggetto rimasto privo di mezzi, sempre che l’evento negativo non risulti a lui imputabile, è quella del diritto agli alimenti”.

Riassumendo, mamme e papà, i figli vanno soddisfatti in tutto e per tutto finché sono bambini, studenti virtuosi o lavoratori volenterosi alle prime armi. Ma quando sono ormai adulti (dopo i 34 anni), basta sfizi e pretese. In teoria, un tetto sulla testa e un piatto in tavola sono il minimo sindacale legalmente garantito.

 

 

RIASSUMENDO:

mamme e papà, i figli vanno soddisfatti in tutto e per tutto finché sono bambini, studenti virtuosi o lavoratori volenterosi alle prime armi. Ma quando sono ormai adulti (dopo i 34 anni), basta sfizi e pretese. In teoria, un tetto sulla testa e un piatto in tavola sono il minimo sindacale legalmente garantito.

Share this Post

Rispondi