Beatrice Dalia/ Febbraio 21, 2018/ 6 comments

La vicenda dei genitori “nonni” di Mirabello Monferrato mi ha colpito in particolar modo. Sarà perché non credo che essere una buona mamma o un bravo papà sia una questione di età. Sarà perché la notizia della piccola, portata via agli anziani coniugi della provincia di Torino appunto perché anziani, venne fuori nel 2010, anno di nascita della mia primogenita; avevo 40 anni e per tutti i nove mesi della gravidanza ero stata angosciata dall’odiosa classificazione ginecologica di “primipara attempata”. Leggerla mi metteva a disagio; ci leggevo già un implicito giudizio di inidoneità. Colpa anche della tempesta ormonale e del senso di inadeguatezza che comunque la procreazione ha in sé. Con la gravidanza di Andrea, poi, a 44 anni, ho temuto di vedere scritte definizioni del tipo “secondipara geriatrica”; ma certo è che a quel punto ero molto più consapevole della fatica fisica e mentale che i figli comportano.

Ecco, sì, diventare genitore a un’età (40/45 anni) in cui qualcuno si prepara già psicologicamente a diventare nonno, fa impressione (figuriamoci a un’età in cui in genere di nipoti se hanno già due o tre). Mi viene in mente il paragone con la pratica di sport pericolosi. A vent’anni ti butti giù sugli sci da una cima innevata e i brividi di adrenalina sono carburante per decine e decine di altre discese. A trent’anni magari scegli le piste meno difficili perché le nere ti mettono pensiero. A quaranta ti chiedi “ma ci voglio andare davvero a sciare quest’anno?”.

Scherzi a parte, la giovinezza ha una sana dose di incoscienza che ci consente di gettare sempre il cuore oltre l’ostacolo e di superare i nostri limiti. Con l’aumentare degli anni e delle responsabilità, liberare la mente e tornare alla leggerezza dei vent’anni è sempre più complicato.

Di contro, c’è da dire che quello che si fa in età adulta ha il filtro della maturità e consente di vivere con maggiore consapevolezza e intensità le proprie scelte e i momenti di vita. Così è anche per la genitorialità: un viaggio straordinario, ma faticoso e impegnativo.

Davanti alla storia dei due anziani della provincia di Torino, ai quali è stata portata via la figlia quando aveva appena un mese, mi si sono affollati in mente i pensieri più disparati. Se io a 40 mi sono fatta, da sola, tutto questo processo di idoneità genitoriale, cosa avranno pensato due persone di 57 (lei) e 69 anni (lui)? Come tutti, credo, mi sono interrogata sulle risorse a disposizione di due adulti così avanti con l’età a fronte dei bisogni fagocitanti di un neonato. Poi mi è salita la rabbia al pensiero dell’ingiusta recisione di un legame di sangue. E a muovere l’altalena delle opposte sensazioni erano gli articoli di giornale e i servizi dei tg: “via la figlia ai genitori perché troppo vecchi”.

Il senso della notizia era quello nel 2010, quando tutto è cominciato, ed è quello ancora adesso che la Cassazione per la seconda volta ha dissolto il sogno di famiglia dei due coniugi, oggi rispettivamente 63 anni lei e 75 lui.

Genitori-Nonni: I veri argomenti dei giudici

Così mi sono letta la sentenza della Cassazione depositata di recente, la n. 3594 del 14 febbraio 2018, e ho scoperto che non è una questione di età. I veri argomenti dei giudici sono altri. Si tratta di una vicenda in cui i servizi territoriali sono stati da subito molto presenti e parte da lontano; da quando i genitori biologici sono stati dichiarati inidonei all’adozione internazionale. Poi la fecondazione eterologa all’estero e finalmente la gravidanza. Ma, spiegano i giudici, “fin dalla nascita, la relazione genitoriale aveva presentato criticità” e la madre “aveva negato qualsiasi aiuto”. “Non si coglieva – evidenziano – un immaginario materno che comprendesse un impegno di accudimento oltre che pratico anche emotivo-affettivo”. A più riprese, le consulenze d’ufficio avevano portato a “un’univoca valutazione negativa sulla capacità genitoriale…non dovuta a patologie psichiatriche o disagio economico”. Il quadro emerso dall’analisi socio-giudiziaria alla fine è stato di un padre che non si rendeva pienamente conto, anche da un punto di vista pratico, “delle complessive esigenze di una bambina in tenera età, ma totalmente dipendente e acritico rispetto alle aspettative genitoriali della moglie” e di una madre con un “ferreo controllo delle emozioni, un sistema difensivo fortissimo, la negazione di qualsiasi problema e la mancanza di consapevolezza in ordine alle difficoltà costantemente dimostrate sull’accudimento concreto della minore”.

In tutto questo la bimba non li riconosce come genitori, avendo vissuto insieme a loro solo un mese della sua vita. Adesso si trova a disagio e ha mostrato “grande fatica negli incontri con loro e il bisogno di chiudere in fretta una situazione pesante”.

Insomma, a leggere le argomentazioni dei magistrati di Cassazione, pienamente in linea con quelle dei colleghi di merito, non si vede una famiglia divisa; si legge la storia di una donna ostinatamente chiusa nella sua battaglia per la maternità, un uomo succube di una moglie con un progetto di genitorialità tanto forte e una bambina desiderosa di essere lasciata in pace. Si evince questo…e non c’è traccia di “discriminazioni” dovute all’età dei genitori. Fanno solo molta tenerezza tutti i protagonisti di una storia di infelicità.

Diritto, scienza e coscienza


In ogni caso, il dibattito sulla “genitorialità senile”, che alla fine ne è comunque nato, in questo specifico caso è fuori luogo. Le tematiche che la vicenda solleva riguardano diritto, scienza e coscienza. Più appropriato sarebbe, infatti, parlare della difficoltà per le coppie sterili di adottare un bambino e della relativa esasperazione che ne deriva; della frustrazione di sentirsi “scartati” (come accaduto ai coniugi piemontesi) o dell’estenuante attesa di una chiamata che non arriva. Si dovrebbe parlare della fecondazione assistita e della relativa disciplina, alla quale servono una riorganizzazione e una “sistematizzazione”, come dicono i tecnici. Magari inserendo alcuni parametri, al pari delle adozioni, nei casi di genitori avanti nell’età o più semplicemente prevedendo colloqui motivazionali e supporto psicologico. Perché sei dei “no” vanno detti, si dovrebbero dire prima; prima di mettere al mondo una bimba la cui vita è poi scandita da sentenze di tribunale; costretta ad apprendere la differenza tra genitori biologici e genitori affidatari, quando vorrebbe solo concentrarsi sulle tabelline da imparare a scuola.

Alla fine, una coppia che vuole adottare, guadagnando la genitorialità in modo “burocratico”, deve avere requisiti, superare prove e dispone, in caso di esito positivo, di una rete di assistenza innanzitutto psicologica; mentre una coppia che ricorre alla procreazione assistita, guadagnando la genitorialità in modo scientifico, il più delle volte ha solo bisogno di una buona disponibilità economica, ma viene lasciata sola, prima e dopo.
In questi giorni, poi, a volerla dire proprio tutta, penso che forse dei colloqui attitudinali andrebbero fatti a tutte le coppie che decidono di avere figli. Che so, un test di affidabilità a tutti coloro che vengono riconosciuti fertili! Perché così non leggerei più di bambine consegnate dai genitori ai pedofili, di bambine abusate dai loro stessi padri, di brutture e orrori che invece orami sono all’ordine del giorno. Ho smesso, dolorosamente e da tempo, di credere che il Signore, il Fato o il Destino mandi questi creaturine innocenti solo a genitori onesti, sani e dotati di coscienza. Anzi, sono fin troppe le distrazioni….

Share this Post

6 Comments

  1. Cara Beatrice, come sarebbe bello che la gente fosse veramente informata sulle vicende più attuali, ma chi legge le sentenze? Chi si informa veramente? Quanto mi piacerebbero trasmissioni culturali e di vera informazione. Chi sa veramente, ad esempio, come funziona un processo? Quali sono le motivazioni che portano i giudici a decidere in un certo modo? Non c’è voglia di informare, continua così Beatrice complimenti, un abbraccio forte Stefano

  2. Come sempre diretta e sintetica. Hai detto tutto in modo chiaro ma soprattutto hai espresso le difficoltà dell’essere genitore in modo dolce e benevolo, ma allo stesso tempo fermo e deciso.
    I genitori in questione erano semplicemente inadeguati. Andrò a leggermi la sentenza perché non capisco in che modo siano intervenuti all’inizio i servizi sociali e tutto ciò che comporta questa azione.

    Intanto complimenti per il sito che ti rispecchia in pieno.

    1. A volte si ha la sensazione che alcune vicende abbiano un parallelo avatar mediatico. È importante avere piena contezza almeno della verità processuale. Grazie sel Tuo prezioso riscontro

  3. “Essere buoni genitori non è questione di età.” Hai già detto tutto nel titolo. E, come sempre, hai ragione! ❤️

    1. Tu sei sempre positiva ed entusiasta. Grazie Veronica

Rispondi